Per quanto mi riguarda, Natalino Balasso è un patrimonio da difendere e diffondere.

Un personaggio che ha costruito la propria fortuna sulla base di scelte per le quali andrebbe premiato innanzitutto l’uomo, poi l’artista.

Ha smesso con la TV – che gli ha regalato la notorietà – e ha piantato in asso tutto quello che rappresenta, quindi l’omologazione di ogni aspetto della vita, dal pensiero ai consumi.

Ha smesso con la comicità fine a sé stessa per mostrarsi in tutto il suo spessore artistico, caratterizzato dall’ormai celebre modo di esprimersi (esilarante e verosimile parodia del tipico veneto da osteria), farcito da una sorprendente abilità nell’analisi del nostro tempo.

Rovescia la merda sopra il tavolo, Natalino, sotto ai tuoi occhi, e lo fa con la competenza che non ti aspetti, costringendoti a riflettere, riavviando quel meccanismo troppo spesso inceppato, chiamato pensiero indipendente.

Ha smesso con la carne.

In questo video sferra nuovi colpi. Duri, diretti e senza guantoni. Sostiene che mangiare sano al ristorante sia cosa impossibile, sempre. Chiaramente esagera, spinge la gag al paradosso per colpire veloce. Esagera, chiaramente.

Esagera? Ci penso.

Trasferisco le sue critiche entro i confini di mia competenza, quelli della pizza.

Chi può dire di avere a che fare con la vera qualità? E quali sarebbero i punti fermi sui quali si sostiene il concetto di qualità? Esistono dei capisaldi imprescindibili, oppure anche questa parola è stata sfruttata al punto da non significare più nulla e poter quindi essere utilizzata impunemente da chiunque senza destar sospetti?

Mi viene in mente la pizza gourmet. Solo a nominarla mi vien da metter mano al portafoglio. Mai prima dell’avvento di questo nuovo format ho avuto l’occasione di notare tanti giovani e rampanti pizzaioli lanciarsi a capofitto verso lo stesso, medesimo, preconfezionato obiettivo. Tagliare una pizza in otto spicchi e fare a pugni per farcirli uno ad uno con le combinazioni più esotiche e complicate, il tutto in compagnia di una malcelata bramosia di celebrità, evidentemente indotta dai grandi comunicatori del settore che negli ultimi anni hanno veicolato a piacimento le tendenze nel mondo della pizzeria, snaturandone le origini, dirottando il significato di qualità verso altre definizioni, in nome di un unico dio chiamato mercato.

Oggi, nel mio campo, la qualità rischia di essere associata al lusso, e questo mi fa male.

Se la qualità significasse rispetto del pianeta e delle sue risorse, non vedremmo nei menu prodotti provenienti dai quattro angoli della terra, ma si  ragionerebbe in termini di auto-produzione, riscoperta, fantasia e forse lotteremmo di più per l’integrità del nostro territorio.

Se la qualità fosse un matrimonio con la natura, non avremmo mai modificato geneticamente i nostri cereali, impoverendoli, rincorrendo con la lingua a penzoloni un’altissima resa economica e un’alveolatura estrema, diminuendo la ricchezza nutrizionale, disperdendo antichi patrimoni.

Se la qualità fosse onestà e maturità da parte di chi lavora, forse potremmo fare un passo indietro nel tempo e nello spazio, prendere una rincorsa immaginaria e saltare questo fosso pieno di individualismo, di mercato fine a sè stesso e di contenitori più preziosi del contenuto stesso.

 

El lusso impinisse i vodi dea testa

ma se difendo el difeto

e sbasso un fià a cresta

de mi sora al piatto

calcossa te resta.

Il lusso riempie i vuoti della testa / ma se difendo il difetto / e abbasso un po’ la cresta / di me sopra al piatto / qualcosa ti rimane.